Cos’è la moto?

Prima di salire in sella e girare la chiave nel blocchetto, credo sia bene cercare di comprendere cos’è la moto per noi. Ogni motociclista arriverà più o meno a concludere qualcosa a riguardo, ma non sempre la conclusione sarà chiara e dunque condivisibile. Come potrebbe d’altronde, vista la nostra incapacità di spiegare tutte le vibrazioni della meravigliosa macchina e allo stesso tempo tutte le emozioni che vi si accompagnano. La moto si vive, e siamo tanto lontani dal capire perché siamo qua.

Iniziamo dunque:
“La velocità è meravigliosa. Una bella moto con un po’ di carattere è meglio di tutti gli animali da sella del mondo” cit. Lawrence d’Arabia.
“L’Automobile (come la moto) è femminile. Questa ha la grazia, la snellezza, la vivacità di una seduttrice; ha inoltre una virtù ignota alle donne: la perfetta obbedienza” cit. Gabriele D’Annunzio.

Cito sopra due poetiche definizioni che esaltano il carattere del mezzo e specchiano la grande aura di fascino e mistero tecnico che ha lasciato sedotte generazioni di poeti, letterati, operai e impiegati.

La moto è fascino e poesia, ma è molto altro ancora; la moto è un vestito, una moda, una passione, una fuga, una malattia, un mettersi in gioco, la moto è velocità, brivido, rischio.

Ma cos’è il ruggire di un motore al primo mattino in un mondo dove abbiamo la pretesa che un insieme di equazioni della dinamica possa spiegare cosa c’è dietro all’instancabile lavoro di migliaia di tecnici e ingegneri chinati alla scrivania come dietro ad un cupolino?
Quando allo svanir della trazione una sequenza di script scorre più veloce del lampo nella sinapsi neuronale, quando l’ordinato e incessante inseguirsi di una flebile corrente attraverso le vene di un microcip ha preso il posto dell’anticipo variabile manualmente. Quando questo è stato detto, quando questa è la realtà, c’è ancora spazio per i versi di una poesia che parla dell’accordo di un serbatoio ai suoi fianchetti? Ha ancora un senso, come afferma Lawrence, accostare il cavallo alla bicicletta a motore; oppure, come ci stupisce il Vate alla femminile inebrianza?

Io credo di sì. Ma credo anche che possiamo avere il coraggio di dire che la moto è anche e semplicemente una moto, una macchina che trasforma energia e che permette di avanzare più velocemente. Un maledetto arnese inanimato congiunzione matematica di formule imperfette, rese umane dal profumo del vento sulla pelle. E va bene così! Perché pare che tra tutte le affermazioni sia proprio questa ultima quella che si sente più di rado.

Ma qual’è dunque la sua vera essenza? Quele profumo sentiamo nell’animo, quale ardore ci cinge l’elmo colorato quando fendiamo chini l’aere irrequieto?
Vorrei rispondere: “La moto è semplicemente mobilità”.
Perchè permette di muoversi tra i filari ordinati di una grande città e le pieghe sinuose di una montagna, muoversi nell’aria, muoversi nello spazio, muoversi nell’infinito susseguirsi di morfologie non piane. Ma sopratutto muoversi nell’animo; rigenerando ad ogni stagione il profumo di un bosco orchestrato dalla pioggia, quella tensione giovane e orgogliosa nel grattare l’asfatto con le pedane e il crescere incessante di un bagaglio emozionale che allunga e tanto varia il nostro breve cammino mortale. La mobilità dell’animo e del corpo.
E lo dico pensando agli albori del secolo scorso, quando si sperimentavano le progenitrici delle nostre amate; cosa alimentava le passioni di quei tecnici? Perché mettere un motore sotto una
bicicletta?

E’ inevitabile che in un momento della mia vita motociclistica mi sia chiesto perché tanto mi piace ruotare una manopola di plastica al tramonto sul passo Gavia, quando le nuvole, liberatesi della pioggia caduta, si colorano di giallo e rosa, e nello specchietto che brilla di gocciole solo cime annebbiate e silenzi. E il motore non si sente più, solo un cuore che batte irregolare, marcia dopo marcia, senti il freddo che ti sale dall’acqua sull’asfalto, la tua pelle di plastica nera, luccica bagnata riflettendo le nuvole che scorrono sopra di te, o sotto…
E arrivi dopo qualche chilometro alla vetta, bagnato, stanco, dopo 300km di montagna, e ne faresti ancora, a farti accarezzare dal gelido vento, cullato tra i tornanti e le soffici nubi. Ma ti spegni, scendi e ti accorgi che i tuoi piedi non rotolano… Semmai sei tu che non ti reggi in piedi! E quella moto senza di te non si accende, non prende e se ne va! Ti aspetterebbe in eterno, ma non si ricorda il tuo nome.
Perché la moto sei tu e lei insieme, inseparabilmente. Forse quando una fiume così impetuoso di meraviglie scorre tra gli infiniti cunicoli della mente è difficile stabilirne la fonte. Non ho una risposta dunque, ma una cosa la posso dire: voglio che quelle meravigliose sensazioni appartengono solo a me, che siano un prezioso bagaglio da custodire gelosamente. Non voglio che la prima moto che capita venga a portarmele via. NO!
E talvolta sento che mi manca questo, e non solo a me. E’ una colpa per me darle un anima, vestirla di moda o lasciarla a casa per paura di rovinarla. Io credo basti accenderla, salirci e imboccare una strada che non sia quella solita per andare in ufficio, a scuola, all’università o dagli amici. Una strada stretta, come quella del Gavia, in salita, magari bagnata, col freddo che ti congela le dita, lontano da qualunque sportività, lontano da qualunque ammiratore, ma che ti fa urlare al mondo che quel ferro, alla fine, è stato un buon investimento. Che tu ami la tua moto, ma non come si ama una persona! Perché la moto la possiedi, non c’è condivisione.
E torniamo così alla mobilità, alla sua semplicità imbarazzante che nutre sensazioni sobrie e sincere. Salire sul Gavia, muoversi lungo la sua stradina appena appena asfaltata, tra i pensieri vivi e un aria sottile ma umida di emozione.

Le moto hanno un grande vuoto dentro di se, noi lo riempiamo con affetti, orgogli, gioie, dolori. Sono talvolta il nostro megafono per gridare al mondo che siamo estroversi, altre volte che siamo introversi. Quando invece quelle cose dovrebbero essere solo dentro di noi, e dentro la moto, in quel vuoto, solo la benzina.

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Fuga in SV maggiore Op. I (Non lontano da Trieste)

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Piccola guida al GPS

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2011-11-30 Autunno sloveno

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Due amici, tre giornate, tre moto, infinite emozioni

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Il giro:
http://g.co/maps/z92m3

Iniziamo il giro sconfinando presso Iamiano. Il Carso si presta perfettamente ai giochi d’ombra delle prime nuvole del mattino. Il sole freddo brilla l’asfalto lasciando presagire scarso divertimento, tuttavia la strada è la migliore del Carso e coi suoi nervosi saliscendi si presta ad un gioco in puro stile motard.
La foga è presto placata dall’intrigante vista salendo verso Comeno (Komen). L’aria fresca del mattino borbotta sul casco e fischia spezzata dal profilo della moto mentre sotto la sella dura frulla rotondo e potente il mono dell’husqvarna. I bassi giri, il tuono potente dello scarico unito ad un ampio manubrio lascia presagire ben altre moto e perché no, altri orizzonti. Lo stesso tuono che mal si concilia con la docile mattinata agricola devasta (prima delle orecchie della gente) le mie BALLE e mi fa sentire un vero COGLIONE…
Giunti a San Daniele del Carso (Stanjel) prendiamo la ricca stradina verso Podnanos (San Vito di Vipacco). Uno strano stimolo cresce al pari della noia nel percorrere il solito lembo di bitume e si fanno trascorrere pochi noiosi km che siamo già a guadare il primo fiumiciattolo. Dove finiremo ci si domanda, mentre con gli occhi divoriamo anonime stradine di terra in mezzo ai campi mentre Mario, in preda alla totale incoscienza, si “spara” su per una stradina di fortuna creata per prender legna. Guardo la salita e capisco subito che a salire si va, ma al ritorno si rotola! Dopo poco centinaia di metri si avvera il presagio… La strada non porta da nessuna parte! E ora? Volto la moto e col cuore in gola cerco cautamente di scendere. Incredibilmente il fondo tiene! E così anche per l’XT. E come sempre da possibile tragedia si è formata eroica impresa.
Asfalto?

Una stradina campestre ci traghetta a Podnanos

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E siamo sotto il Nanos.

La salita al monte, bella come sempre, è resa ancora più emozionante dall’aria limpida e da un cielo variamente dipinto di nuvolette e non del solito monotono azzurraccio.

Dagli audaci tornanti (costruiti dal Battaglione Teleferisti, come riporta un solitario cippo) si rivela la valle del Vipacco e le sue agricole colline.

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Le regine discutono opposte filosofie di moto
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In cima la vegetazione si fa rada e giungiamo in paradiso:
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Libertà, audacia, tecnica, meraviglia:
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La strada che scende dal paradiso, domina la Selva di Tarnova e la valle del Vipacco:
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Al paradiso non giungiamo, abbiamo tanti posti da vedere e la presenza di persone ci impone di lasciare la pace ad altri più degni. Prendiamo così una stradina più appartata e arriviamo al paesino Nanos.
Dopo qualche chilometro di strada bianca estremamente noiosa decidiamo di prendere la via del bosco. E così per puro caso ci troviamo a mangiare un pasto al sacco tra stalle abbandonate in mezzo al bosco, nel nulla più totale… Uno spettrale ristorante che incuriosisce, intimorisce ma consolida definitivamente questo giro tra gli epici.

Tornati sulla retta via ci inerpichiamo su un colle per varcare il passo sotto lo Javornik per sterrato:
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Purtroppo rimaniamo presto delusi, la salita, aperta dai soliti tagliaboschi, è troppo ripida e il terreno molle non ci consente di salire. Rinunciamo e ci portiamo sulla strada prefissata passando per una piacevole stradina sterrata:
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Decidiamo di dirigerci verso la selva di Tarnova. Da essa ci separano quasi 60km di strada sterrata e come se questo fosse per noi motivo di disagio veniamo ricompensati da queste visioni della valle del Vipacco all’imbocco della selva oscura:
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Superata dal Selva in cui non ci siamo volutamente soffermati per apprezzarla bene in altra occasione ci troviamo a Loqua (Lokev). Per godere ancora ci dirigiamo verso Chiapovano (Cepovan). Ma sul rilievo siamo colti da una vastità imbarazzante, la Bainsizza ci invita nelle sue strette stradine, mentre sullo sfondo ci chiaman, a venture ancor più audaci, le candide cime slovene…

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Resistiamo e decidiamo di non consumare tutta l’avventura allontanandoci verso le comuni e insipide valli dell’Isonzo. Ma colti ancora dalla noia ci inerpichiamo per un stradina strettissima e siamo inermi, ancora una volta…
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Dolcissima questa foschia che animata dalla debole ma calorosa luce del tramonto eleva timide montagnole a paesaggi ricercati:
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l’Isonzo:
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E qui termina l’avventura delle regine:
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La nostra, dopo aver percorso le gelide valli del Natisone terminerà nell’osteria da Gianni a SanGuarzo davanti ad un frico…

TUTTO INCREDIBILE

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Sentiero dell’amicizia – MTB

La meta del giro è il suggestivo sentiero dell’amicizia che unisce il paesino di Beka in Slovenia al pesino di Bottazzo nel cuore della Val Rosandra. Il sentiero è tecnicamente piuttosto impegnativo con forti pendenze e ostacoli, adatto a bici biammortizzate e biker abbastanza esperti. La salita verso Beka è abbastanza dura fisicamente e con tratti da fare a spinta. Estremamente pendente ma breve la salita da Bottazzo alla ciclabile.
Si parte al solito dalla ciclabile e si sale fino a Draga, si prosegue ancora fino ad incontrare il confine sloveno. Passato il confine (indicato dal cartello) si incontra una prima carrareccia con divieto di transito, ignorate la svolta e proseguite ancora per qualche centinaio di metri fino al prossimo incrocio.
Vi trovate sotto il paesino di Mihele, dalla ciclabile svoltate a destra e appena imboccata la stradina subito a sinistra. Godetevi la discesa piuttosto sconnessa e fangosa fino ad un fitto bosco. A questo punto continuate lungo la carrareccia che sale verso Beka. Alcuni tratti della salita sono molto impegnativi, sopratutto se bagnati. Dopo qualche tratto a spinta finalmente il bosco si apre e vi trovate in un vasto prato. Arrivate fino alla strada asfaltata davanti a voi e girate a destra. Proseguite lungo la strada e godetevi un rilassante scenario di campagna mentre entrate a Beka. Dentro al paese svoltate a destra e proseguite fino ad una specie di casermone. Da qui in poi inizia la discesa verso Bottazzo.
Proseguite sulla strada che diviene sterrata e inoltratevi tra i campi. In fondo ad un prato troverete il cartello che reca il nome del sentiero e vi da qualche info. Proseguite sempre dritti e godetevi gli splendidi passaggi che offre questo single track. La pendenza è piuttosto elevata, radici e sassi consigliano prudenza e ci sono alcuni passaggi davvero impegnativi che si consiglia ai meno esperti di fare a piedi. Arrivati (sicuramente felici) a Bottazzo proseguite lungo la strada che sale verso la ciclabile. Vi aspetta una pendenza da brivido, probabilmente tra le salite più dure del circondario.
Estremamente provati dalla salita vi troverete sulla ciclabile all’altezza del gabbiotto giallo, in piena Val Rosandra. Qui finisce il giro.

By Mastroser

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